“Cose Nostre” racconta Rocco Chinnici

Il padre del pool antimafia

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È Rocco Chinnici il protagonista della terza puntata di “Cose Nostre”, il programma ideato e condotto da Emilia Brandi, in onda lunedì 20 maggio alle 23.30 su Rai 1. Rocco Chinnici è stato il padre del pool antimafia, il magistrato che ha scelto personalmente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per lavorare con lui alle prime grandi inchieste contro Cosa Nostra, già sul finire degli anni ‘70. In una Palermo sempre più insanguinata dagli omicidi ordinati dal capo dei Corleonesi Salvatore Riina, il pool cominciò a lavorare con pochi strumenti e tanto impegno, mentre cadevano sotto i colpi mafiosi uomini delle istituzioni come il Commissario Boris Giuliano, il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il Procuratore Gaetano Costa, il deputato del Pci Pio La Torre, e il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. 
Negli anni più bui di Palermo, Chinnici diventò capo dell’ufficio Istruzione, posto che sarebbe toccato al suo amico Cesare Terranova, magistrato ucciso nel 1979.  Chinnici aveva già maturato esperienza di indagini di mafia, e aveva capito prima degli altri che bisognava colpire Cosa Nostra al cuore, puntando ai soldi. I fiumi di denaro provenienti dal traffico di droga, infatti, arricchivano i forzieri di Cosa Nostra e venivano reinvestiti negli appalti pubblici, e in nuovi affari legati soprattutto alla finanza e all’edilizia. Un intreccio di malaffare che coinvolgeva anche imprenditori e politici, proprio coloro contro i quali Chinnici aveva intenzione di agire, su tutti i cugini Nino e Ignazio Salvo, grandi esattori della Sicilia. 
È su questo che lavorava il giudice con i suoi uomini, a testa bassa, con abnegazione e impegno civile. Fino al luglio 1983, quando una autobomba lo uccise mentre usciva dal portone di casa. Fu la prima volta che fu usato il tritolo in un attentato in Sicilia. “Palermo come Beirut”, titolò “L’Ora”. Con Chinnici morirono i carabinieri di scorta, Salvatore Bartolotta e Mario Trapassi, e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Rimase gravemente ferito l’autista, Giovanni Paparcuri, che oggi ricorda a Cose Nostre quei terribili momenti: “Fluttuavo in aria e mi sentivo bene, vedevo una luce bianca e volevo raggiungerla, poi svenni”. 
Oltre a Paparcuri, che ricostruisce i suoi anni di lavoro con i giudici del pool e ricorda il dramma del suo ferimento, intervengono l’ex Generale dei Carabinieri Angiolo Pellegrini, al fianco del magistrato negli anni più duri, e il giornalista Nicola Lombardozzi, ai tempi cronista de “L’Ora”. Con loro, anche Giovanni Chinnici, il figlio del magistrato che aveva 19 anni nel 1983, quando il padre fu ucciso, che ne ricorda le qualità come padre e che tratteggia il profilo di un uomo gentile, appassionato e rigoroso. “Mi è mancato soprattutto sotto il profilo umano. Soltanto quando è arrivato mio figlio a cui ho dato il nome di mio padre, sono riuscito poi a comprendere a capire alcuni elementi del rapporto tra padre e figlio che purtroppo si riescono a capire soltanto più avanti negli anni” commenta.

Redazione